Il racconto di Giorgiana
In quella sala d’attesa non vi era confusione, solo poche persone sedute su comode poltrone. Giorgiana aveva di fronte una signora robusta, bionda, con il naso adunco e lucido, gli occhiali da miope nascondevano due occhi grandi. Più la guardava, più le pareva di averla già vista, d’averla conosciuta in un lontano passato. Quel volto le era familiare.
Era venuta allo studio del notaio per esporgli un problema che la assillava da qualche tempo. A un certo punto, anche la dirimpettaia aveva iniziato a guardarla con insistenza. Ogni tanto sorrideva e continuava a osservarla.
-Noi ci conosciamo - disse poi ammiccando - non ricordo come e quando, ma già ci siamo conosciute. -
-Dal primo momento che l’ho vista, ho avuto anch’io questa impressione- rispose Giorgiana affabilmente.
-Forse abitiamo dalle stesse parti e ci incontriamo spesso. Io abito vicino la cattedrale. -
-No, io abito dalla parte opposta. E poi è come se rivedessi il suo viso dopo molto tempo. -
Un signore intanto stava uscendo dallo studio e un altro vi entrava. Erano rimasti in cinque ad aspettare.
La signora non era giovanissima, anzi doveva avere circa la sua età. Giorgiana provò a sondare: -Mi scusi, che scuola ha frequentato?
-Frequentai il liceo Alighieri molti anni fa. -
-Anche io! Nella sezione C. -
- Stessa sezione. Mi chiamo Enrica Monti. -
-Accidenti! Sei Enrica! Io sono Giorgiana, Giorgiana Rossi. -
-Ecco chi sei! Certo, Giorgiana. Ora ricordo. Sì sì, sei proprio tu. Una delle mie compagne preferite. -
-Pure tu eri una che preferivo. Che piacere rivederti! Raccontami, cosa hai fatto nella vita? Perché sei qui dal notaio? -
- Per un caso d’eredità. -
-Eredità: che parola disastrosa! Se sapessi! Sono qui per la stessa ragione. -
-Davvero? Ma che combinazione! -
Intanto le due donne si guardavano e si accorgevano come il tempo possa cambiare tutto nella gente: la pelle, le fattezze, i colori, le espressioni.
Giorgiana si ricordava di una ragazza magra e ben fatta, dai capelli chiari e vaporosi. Il naso di Enrica era sempre stato aquilino ma piacente. Gli occhi grandissimi, li rammentava sempre sognanti e senza quelle lenti spesse.
Dal canto suo, Enrica stava pensando a una ragazza bruna e bella, non molto alta, ma dalle forme scultorie. Sempre allegra e dalle battute salaci. Aveva invidiato in Giorgiana la prontezza nelle risposte e anzi aveva appreso da lei a essere immediata nel ribattere agli altri. Una ragazza solare, parecchio brava a scuola e non sgobbona, intelligente e propositiva, sempre disposta ad aiutare i compagni.
-Ti chiamavo Giorgi, ricordi? Ma cosa hai fatto? Ti sei sposata? -
-Sì, mi sono sposata e ho avuto quattro figli maschi. Mio marito è un uomo molto ricco ed è questo il vero motivo che mi ha condotto qui. -
-La ricchezza di tuo marito? E che c’entra scusa? -
-C’entra, c’entra. Ma tu invece? Di che eredità si tratta? -
Si erano sedute vicine e avevano preso a conversare come ai vecchi tempi, come quando erano due ragazze che si confidavano i loro segreti.
-Ho ricevuto un grosso lascito da una vecchia zia e ora non so come fare a gestire convenientemente tutto questo denaro, - aveva detto Enrica.
-Ah bene! Sono contenta, in fondo dunque è un motivo piacevole. Io invece voglio chiedere al notaio come dividere i beni di famiglia tra i miei quattro figli. Pensa che non sono mai andati d’accordo, sin da piccoli, hanno sempre litigato. Poi hanno cominciato quasi a odiarsi a causa del denaro di mio marito che ognuno vorrebbe accaparrarsi. -
-Mi spiace Giorgi, devi averne sofferto. -
-Una vita d’inferno! Per fortuna oggi sono tutti sposati e due anche divorziati. Ma il peggio è che non vadano d’accordo. - Giorgiana scuoteva il capo scoraggiata.
-Come si chiamano i tuoi figli? -
-Il più grande si chiama Mario, poi c’è Stefano, quindi Benedetto e per ultimo Attilio. Se li vedessi! Sono tutti bellissimi, modestamente. Però non riescono ad avere un buon rapporto tra loro. Vi sono stati dei periodi in cui neppure si parlavano. -
Lo sconforto era dipinto sul suo volto. La splendida ragazza di una volta si era trasformata in una signora afflitta, dal volto segnato da molte pieghe amare.
-Giorgi, ti ricordi quando a scuola studiavamo che la ricchezza non costituisce la vera felicità? Tu a quanto pare, ne hai fatta esperienza. -
-Già e ti ricordi Enrica quando studiavamo le favole di Esopo? Quella del contadino che aveva i figli che non andavano d’accordo? Mi è rimasta impressa nella memoria. -
L’altra aveva assunto l’espressione vaga di chi non ricorda. Si era tolta gli occhiali e si stava stropicciando gli occhi.
-No, non la ricordo, qual era? -
-Il contadino,- prese a dire Giorgiana- non riusciva a far andare d’accordo i suoi figlioli e allora ricorse ad un espediente pratico. Bene! Ho fatto anch’io come il contadino di Esopo. -
-Cosa? Un espediente? Che hai combinato? -
-Qualche anno fa, io e mio marito invitammo i nostri figli a cena. Vi erano pure le mogli di Mario e di Benedetto. I nipoti non erano presenti. -
Nel ricordare queste cose, lo sguardo di Giorgiana si era animato e ora quasi sembrava di nuovo la bella ragazza di una volta. Solo le mani avevano un leggero tremito nervoso.
-Prima di cominciare a mangiare, proposi ai miei quattro rampolli di cimentarsi in una prova d’abilità e forza fisica. Dunque diedi loro quattro quaderni. Ognuno doveva riuscire a spezzarli tutti insieme. -
-Ma che idea bislacca! Perché, cosa speravi di ottenere? -
Erica la guardava incuriosita e ritrovava la compagna dalle trovate geniali. Rivedeva la Giorgiana esuberante e trascinante.
-Esopo raccontava che il contadino diede ai figli un fascio di verghe da rompere tutte insieme, ma essi non ci riuscirono. Allora consegnò loro le verghe ad una ad una. Naturalmente le spezzarono senza difficoltà. –
<Così anche voi se sarete uniti e d’accordo, non sarete mai piegati da nessuno, ma se litigherete, resterete soli e deboli> - disse il contadino ai suoi figli.
-Ah sì! Ora ricordo quella favola. Ho capito: hai sostituito le verghe con dei quaderni. E che hanno detto i tuoi figli? -
-Dapprima si sono stupiti, poi hanno creduto che volessi animare la serata e si sono cimentati. Non ti dico quel che è successo! -
Erica era divertita e ormai totalmente coinvolta dalla narrazione.
-Mario è il maggiore e provò per primo. Pensava di farcela poiché in fondo i quaderni non erano troppo grossi. Divenne tutto rosso per lo sforzo e cominciò a innervosirsi, diede uno strattone ai quaderni e ruppe con il gomito la vetrina di un mobile. -
L’amica si mise a ridere: -Spero non si sia fatto male - soggiunse.
-No, non si fece nulla e si scusò per il mobile antico. Provò allora Stefano. Lui è spocchioso e beffardo e disse che ce l’avrebbe fatta. Sistemò a dovere i quaderni e cercò di spezzarli. Macché! Li rigirò, respirò a fondo, preparò i muscoli e riprovò. Divenne anche lui rosso paonazzo e cominciò a sudare. Mentre sudava, iniziò a tossire e l’accesso di tosse divenne forte e frequente. Non riusciva a respirare. Gli dovemmo dare dell’acqua. -
-Giorgi, ma hai attentato alla loro salute! -
-Ascolta, ancora deve venire il bello: a questo punto si cimentò il terzo dei miei figli. Benedetto è un gran mangione e un tipo molto robusto. Soffre di una forma di gastrite e colite. Prese i quaderni, li guardò con attenzione come fossero insetti nelle sue grosse mani e si sforzò di spezzarli. Si sforzò ma non riuscì. Si sforzò ancora e, più si sforzava, più gonfiava il ventre voluminoso. A un certo punto, gli scappò una rumorosa flatulenza. Sua moglie lo redarguì e lui arrossì per la vergogna. -
Enrica era sbellicata dalle risate: -Ah ah ah ah. Poverino. Povero Benedetto! Ah ah ah ah. -
-Attilio non volle neppure provare. Disse che non ce l’avrebbe mai fatta. In realtà è il più smilzo dei miei figli. -
Adesso però l’amica era dubbiosa. Non riusciva a immaginare l’epilogo dell’intera vicenda.
-Insomma che accadde dopo? -
-Consegnai ai miei figli un quaderno ciascuno e chiesi che ognuno spezzasse il suo. Lo fecero senza difficoltà. Allora spiegai che nella vita sarebbero vissuti come quei quaderni, e cioè se fossero rimasti uniti, avrebbero costituito una forza. Nessuno avrebbe fatto loro del male. Se invece fossero rimasti soli, chiunque li avrebbe potuti raggirare. Dissi che tanto più grande è la forza della pace e dell’amore tra fratelli, tanto minore è il pericolo di essere sopraffatti dalla cattiveria degli altri. -
Erica era incantata da questo racconto, ascoltava e guardava l’amica come affascinata.
-Dunque i tuoi figli in seguito sono rimasti in pace? -
-Almeno per quella sera. Mario abbracciò Stefano e Benedetto abbracciò Attilio. Poi tutti e quattro si strinsero insieme e sorrisero allegramente. Fu una delle poche volte in cui vidi il loro padre con le lacrime agli occhi! -