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VeneziaLe prodezze di Nicola

  Nicola Rossi arrivò in prima media che a stento sapeva leggere e scrivere. In classe non voleva sedere con gli altri compagni e spesso scappava dall’aula. Infatti, alla fine di quel primo anno, non fu ammesso alla seconda classe. Io mi ero molto interessata al suo caso e fui concorde con i colleghi a fermarlo nel percorso della scuola media, proprio per recuperarlo negli apprendimenti e nello sviluppo della sua personalità.
Era stato adottato a otto anni da una coppia senza figli. Due signori che lo avevano preso da un orfanotrofio dove i genitori naturali l’avevano abbandonato. Il primo anno di scuola media l’aveva vissuto come un incubo. Non si adattava a niente, non andava d’accordo con nessuno. Sembrava più che altro un animaletto spaventato e pronto ad aggredire. Era un bel bambino, bruno, ricciuto, con gli occhi nerissimi e grandi. Avevo notato che era sensibilissimo alla dolcezza, addirittura restava a bocca aperta se provavo a fargli una carezza. Povero Nicola! Sino al momento in cui era stato adottato, non aveva mai avuto nessuno che gli dicesse una parola affettuosa.
  La  prima volta che affrontò una prova di scrittura, mi accorsi addirittura che teneva male la penna in mano. In questi casi noi insegnanti delle medie ci chiediamo cosa abbiano fatto e come abbiano operato i colleghi delle elementari. Con Nicola avevano lavorato davvero male. Per questo il ragazzo dovette ripetere la prima classe, proprio per recuperare le abilità di base, per riuscire a socializzare meglio con gli altri ragazzi e per acquisire un metodo di studio efficace e valido per lui che era arrivato privo delle elementari basi di partenza.
Quando ripeté la classe, ebbe la fortuna d’incontrare dei nuovi compagni tutti molto ben disposti nei suoi confronti. Io raccontai subito ai miei nuovi allievi la storia di Nicola e quei ragazzi immediatamente mostrarono un atteggiamento di protezione verso di lui. Fu merito loro se  riuscì lentamente ad inserirsi e a socializzare con tutti. Fu merito loro se oggi svolge egregiamente il suo lavoro. Infatti a poco a poco Nicola imparò a leggere e scrivere bene.  Imparò a narrare, in buon Italiano, le sue vicissitudini di bambino senza genitori. Quando l’avevo conosciuto, parlava  in dialetto. Raccontava che, all’orfanotrofio, gli altri ragazzi lo picchiavano e lui non sapeva difendersi perché era troppo piccolo e nessuno si preoccupava di lui. Gli mettevano gli scarafaggi nelle tasche, gli sottraevano il cibo, gli facevano ogni sorta di angherie. Quando raccontava in classe queste cose, gli altri compagni lo guardavano come fosse un eroe e lui era soddisfatto di questo.
Una volta parlando della sua mamma adottiva, disse:
“Mia madre mi ha adottato perché non può avere figli che ci ha le ovaie bloccate.” Esordì così dinanzi alla classe scatenando l’ilarità collettiva. Raccontava di ricordare suo padre, quello naturale, un tipo ricciuto che una volta gli aveva detto: “ Adesso ti porto a comprare i giocattoli,”  e invece l’aveva portato in orfanotrofio e ve l’aveva lasciato per sempre. La madre naturale però, non la ricordava affatto. Secondo me, ne aveva rimosso il ricordo.
All’orfanotrofio insieme a lui, c’era anche una sorellina più piccola. Purtroppo era stata  adottata da un’altra coppia, con grande dolore di Nicola che aveva perso, con lei, il suo unico legame con la famiglia d’origine.
Fu ammesso poi alla seconda classe e fu felice come di una grande conquista. Aveva imparato a leggere scorrevolmente e, a poco a poco, evidenziava la normale intelligenza di un ragazzino della sua età. Solo nella matematica non riusciva a migliorare, ma non perché gli mancassero le capacità, ma piuttosto perché il professore gli ricordava, nell’aspetto, il  padre naturale.
Continuava ad essere vivacissimo, talora addirittura irrequieto ed iperattivo. Ma era divenuto sensibile ai richiami e specialmente se le prediche gli venivano da me, subito chiedeva scusa e si mostrava mortificato. In quei casi, io gli sorridevo e vedevo spuntare la gioia nei suoi occhi da arabo. Spesso avevo dovuto trattenere le risa dinanzi  agli alunni, poiché combinava sempre qualche marachella divertente. Una volta invece ne combinò una proprio grossa. Durante l’ora di educazione fisica, spinse un compagno a terra, procurandogli la frattura di un polso. Nicola quando si rese conto di ciò che aveva fatto, restò atterrito, con la bocca spalancata e pallidissimo. Quando lo vidi, temetti che stesse peggio del compagno fratturato. Quell’esperienza gli valse però ad acquisire maggior senso di responsabilità e una maggiore consapevolezza in tutte le sue azioni. Nonostante tutto, il suo carattere restava irrequieto e alcuni miei colleghi lo giudicavano insopportabile. Ma lui era assetato d’affetto e di comprensione. Gli ho voluto bene in modo particolare. E lui se ne accorgeva. Mi cercava sempre. Quando entravo in classe, notavo che emetteva un sospiro di sollievo.
Durante una lezione di storia, allorché gli chiesi quale fosse stata la carta costituzionale italiana precedente a quella attuale, mi rispose, soddisfatto e convinto: “ Lo Statuto di Carlo Albertino.”  In casi come questo, io scoppiavo a ridere irrefrenabilmente, poiché davvero non riuscivo a trattenere le risa e poi perché sapevo che lui era felice di vedermi ridere.   
Mi raccontava che voleva diventare forte e robusto in modo da non dovere mai più soccombere agli altri ragazzi. Infatti il suo papà adottivo lo aveva iscritto ad una scuola di Karate e in una palestra di culturismo. Dopo un anno, già mostrava una muscolatura invidiabile. Tra l’altro diventava sempre più bello ed attraente.
In seconda media, quando aveva tredici anni, s’infatuò di una compagna di classe di nome Roberta, molto graziosa e particolarmente studiosa. Ma non fu mai ricambiato. Nicola le portava delle rose a scuola, ma lei le rifiutava. Allora il ragazzo si rivolgeva a me deluso e mi chiedeva ad alta voce:
“ Professoressa perché Roberta non mi vuole?” Quella era un’altra occasione d’ilarità, ma cercavo comunque di consolarlo dicendogli che le donne spesso fanno le smorfiose e allora bisogna lasciarle perdere. Invece era costante nei sentimenti e insisteva per farsi apprezzare dalla compagna, ma con scarsi risultati, e questo lo faceva avvilire.
“ Nicola, ma non vedi quanto sei bello! Perché non cerchi un’altra ragazzina?”  gli dicevo.
“ Un giorno diventerò importante professoressa, e allora tutti mi vorranno,” mi rispondeva, mostrando la sua rabbia di ragazzo che si sentiva diverso dagli altri.
Quando facevamo le visite d’istruzione in giro per la città, dovevo  tenermelo vicino per evitare che ne combinasse una delle sue. Nonostante ciò, lui eludeva la mia sorveglianza e andava a guardare le vetrine con gli occhi spalancati. Poi combinava qualche guaio, mi guardava, ed esclamava: “ Ma io non ho fatto niente professoressa!”  Appunto questo discolparsi continuamente delle marachelle, era una nota dominante del suo carattere. Come se avesse acquisito, nei primi anni di vita, il bisogno di difendersi da tutto, una specie di lotta per la sopravvivenza.
Dinanzi all’evidenza della sua colpevolezza, io esclamavo:  “ Nicola, che hai fatto!” E lui puntualmente rispondeva:  “ Non ho fatto niente io!”
“ Ma come, ti hanno visto tutti!”  E lui: “ Ecco! La colpa è sempre mia!”  
A questo punto bisognava fargli sentire l’affetto che lo circondava, e allora sorridendo, l’accarezzavo e lo incoraggiavo: “ Non preoccuparti Nicola, non voglio punirti, ma cerca di stare più tranquillo.”
Il suo sguardo allora diveniva adorante. Ho sempre supposto che all’orfanotrofio non facessero altro che punirlo e picchiarlo.
In seconda media fu nuovamente in pericolo di dover ripetere la classe, poiché non aveva del tutto raggiunto gli obiettivi minimi che, annualmente, il consiglio di classe programma e predispone per gli alunni. Quella volta, ricordo, mi battei fermamente per ammetterlo alla classe successiva, sostenendo che sarebbe stato molto peggio per il ragazzo essere allontanato da quei compagni e vedersi di nuovo sbarrato il passo. Riuscii nel mio intento e fu ammesso in terza media. Quando apprese della promozione, la sua gioia fu indicibile. Non dimenticherò mai quella sua espressione di bambino che mi vuole abbracciare con slancio filiale e, nello stesso tempo, l’atteggiamento dell’uomo che si frena per pudore.
M’aveva spesso detto che, da grande, voleva fare il commissario di polizia per poter arrestare tutti quelli che l’avevano maltrattato:  “ Farò il commissario professoressa, così li arresto tutti, tutti quelli che picchiano i bambini.”
“Certo Nicola, però dovrai studiare moltissimo, ricordalo,” rispondevo.
In terza media, s’impegnò a fondo; sapeva che avrebbe dovuto sostenere gli esami ed io m’accorgevo che ce la metteva tutta per comprendere ed imparare le lezioni. Anzi talora apprendeva ogni cosa troppo mnemonicamente e con poca autonomia.
“ Nicola, cerca di ripetere ciò che impari con parole tue e ragionando,” sollecitavo.
“Sì professoressa” e invece studiava tanto che finiva sempre con l’imparare a memoria. Però se gli ponevo delle domande, mi accorgevo che ragionava e si era impadronito dei concetti. La matematica invece, rimaneva la sua eterna nemica e dinanzi al professore della disciplina, ammutoliva e non sapeva più fare nulla.
Verso la fine del terzo anno, andammo in viaggio d’istruzione nel Veneto. Ero preoccupata al pensiero di dovermi occupare di Nicola da sola e per cinque giorni di seguito. Invece si mostrò molto in gamba. In pullman prendeva la parola al microfono e intratteneva i compagni cantando o raccontando barzellette. Poi, quando andavamo in giro per le varie città, si allontanava, ma mi diceva sempre dove andava. Restò affascinato da Venezia. Ricordo che guardando i palazzi sull’acqua, mi diceva:
“ Professoressa, ma non possono essere veri!”
Superò senza difficoltà l’esame di licenza media, poiché rivelò un’evoluzione positiva della sua personalità e una certa preparazione, seppure un po’ stentata e frammentaria.
    Molti anni dopo, mi ritrovai a dover affrontare un problema economico riguardante la mia casa. Mi recai in Banca poiché vi ero stata convocata. Non sapevo a chi rivolgermi e dove andare tra il labirinto di corridoi. Quindi mi aggiravo confusa. Improvvisamente fui avvicinata da un uomo bellissimo, alto e aitante, proprio un tipo come  pochi se ne vedono in giro. Mi guardava con occhi languidi e fare ammiccante.
Ho sempre pensato di essere una signora piacente ma niente di straordinario tutto sommato. E poi quel tipo era molto più giovane di me. E allora perché continuava a guardarmi con insistenza? Cercavo di guardare altrove, ma lui seguiva il mio sguardo. Decisi di allontanarmi, giacché cominciavo a preoccuparmi. Girai l’angolo del corridoio e lui mi seguì. A questo punto non sapevo più cosa pensare ed ero addirittura spaventata. Mi rivolsi ad una guardia: “ Senta, quel tizio mi sta seguendo da un pezzo e sono preoccupata.”   Il sorvegliante guardò il tipo che  indicavo ed esclamò:  “ Ma è il direttore Terzini, signora! “
“  Un direttore! E cosa vuole da me?”
Non aspettai molto per saperlo. Infatti la persona in questione si stava avvicinando: “ Professoressa! Ma davvero non mi riconosce?”
 “ Perché? Dovrei? Mi dispiace ma non la conosco.” Così dicendo mi sentivo più che mai professoressa e mi odiavo.
 “Ma come! Sono Nicola Terzini. Sono io professoressa!”  E mi abbracciò con grande stupore della guardia.  “Venga, andiamo nel mio ufficio, abbiamo tante cose da raccontarci, e poi mi dirà perché si trova qua e se ha bisogno di qualcosa.”
Il sorvegliante era costernato, perché, come ho saputo più tardi, il direttore Terzini era considerato molto burbero e severo. Adesso però lo riconoscevo! In quegli occhi neri da arabo e in quel fisico muscoloso, ravvisavo il mio Nicola. Chi l’avrebbe mai detto! Davvero non lo avrei mai riconosciuto!
Mi condusse in un elegantissimo studio, pieno zeppo di carte e incartamenti vari.
 “Questo è il mio mondo, professoressa, vede, ce l’ho fatta nella vita, non sono diventato commissario e non mi occupo di reati, ma di normali affari economici.”
 “Nicola, stento a credere che sia tu! Non sai che piacere rivederti! E quando sorridi…... sì, sei proprio tu, Nicola, il mio ragazzino ribelle e spaventato.”
 “Lei è sempre la stessa, sa, l’ho riconosciuta immediatamente. Quante cose mi ha insegnato, professoressa! Innanzitutto mi ha insegnato a vivere avendo fiducia nel mio prossimo. Senza di lei, credo che non avrei mai superato gli anni della scuola media. Ricordo che ero troppo ignorante e spaventato. E quel che era peggio, me ne rendevo perfettamente conto.”
Sentirsi dire certe cose, attribuisce un altro significato alla tua esistenza e agli attimi che stai vivendo. Sembra retorica, ma è proprio così. A conti fatti, certe parole ti gratificano e ti consolano per tutta una vita di sacrifici e d’arrabbiature trascorsa in mezzo ai ragazzi.
 “ Ti sei sposato Nicola? Hai figli?”
 “ Sì, qualche anno fa ho conosciuto la donna della mia vita, una collega. Abbiamo due figli maschi. Mi creda, professoressa, faccio il possibile per rendermi sempre presente e stare vicino ai miei bambini. L’esperienza mi ha insegnato che i genitori sono la realtà più importante per i ragazzi.”
 “ E i tuoi genitori adottivi come stanno?”
 “ Oh stanno benone! Sono felici di essere nonni e io sono felice per loro. Davvero sono stato fortunato! E’ difficile trovare delle persone buone e generose come loro. Mi hanno amato teneramente ed hanno saputo educarmi sapientemente.”
 “Nicola, ma ti ricordi come mi facevi impazzire?”
 “E come posso dimenticarlo! Era come se volessi continuamente sfidarla, per mettere alla prova il suo affetto. Ma lei lo capiva e sopportava tutto, anche se si arrabbiava e mi rimproverava. Ma poi il momento più bello era quando mi sorrideva e mi passava la mano tra i capelli! Cara la mia professoressa! Allora capivo che ero un bambino come tutti gli atri. Un alunno qualunque cui l’insegnante era affezionata! “
 “No, non eri come tutti gli altri, eri di più, eri il mio Nicola. Forse inconsapevolmente t’avevo adottato anch’io. Però non lo davo mai a vedere, né agli altri allievi, né ai colleghi.”
 “ Ma adesso perché si trova qui, professoressa?”
Gli spiegai i problemi economici della mia casa e il motivo che mi aveva condotto là. Inutile dire che risolse tutto in men che non si dica. Così talora penso ancora a lui, a quel ragazzino dagli occhi di arabo.

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