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Pina
                             
    Pina era una bella signora di settant’anni, magra, alta, con i capelli bianchi e gli occhi neri.
Una sua peculiarità era l’essere sempre distratta, infatti, la sua sbadataggine era pericolosa e proverbiale ma Pina sapeva dare ottimi consigli, aveva buon gusto nel vestire ed era molto saggia.
Aveva avuto dal consorte cinque figlie femmine e l’agognato figlio maschio non era mai giunto.
Il marito era un funzionario comunale e facoltoso possidente, dunque Pina non aveva mai avuto bisognoso di lavorare fuori di casa. I lavori domestici però erano stati per lei sempre molto abbondanti e impegnativi.
Aveva dovuto preparare pappe e lavare culetti, comprare pannoloni e salviettine, acquistare omogenizzati e preparare frullati, ripulire la casa dopo che le bambine avevano giocato e lasciato una specie d’inferno.
Col trascorrere del tempo, le figlie a una a una si erano sposate e adesso lei e il marito erano rimasti soli, rimpiangendo i tempi in cui le strilla e i pianti riempivano la casa.
Una mattina di pioggia, Pina si trovava a un incrocio nei pressi di casa sua. Il semaforo era rosso e alcuni passanti erano fermi. Improvvisamente il signore accanto a lei, con ombrello in mano e cellulare sotto gli occhi, cominciò ad attraversare la strada senza badare a niente.
Quello che Pina vide fu terribile: un’auto lo investì in pieno e gli fece volare ombrello e telefonino. Lei ebbe la netta sensazione che insieme all’ombrello e al cellulare fosse volato via pure il braccio del poveretto.
Chiamarono prontamente il 118 e il malcapitato fu portato all’ospedale.
Pina rimase molto scossa da quella vista e la notte successiva sognò un braccio che volava e s’infilava a casa sua. S’impossessava del suo corpo e iniziava a svolgere tutte le incombenze domestiche: passava l’aspirapolvere, scopava e lavava i pavimenti, ripuliva i bagni, preparava la salsa, ecc..
Nel sogno, Pina si accorgeva che quel braccio era il suo.
L’indomani, si svegliò pensando al braccio vagante come a un incubo.
Andò in cucina e si rese conto che la colazione era già stata preparata. Forse l’aveva preparata il marito la sera precedente.
Andò a svegliarlo e lo baciò con tenerezza, grata di ciò che credeva avesse fatto.
“Come mai ieri sera hai preparato la colazione?”
“Io non ho preparato proprio niente.”
Il marito la lasciò parlare, sapendo che ormai Pina prendeva lucciole per lanterne.
Quando lui andò a lavorare, Pina vide che la casa era stata perfettamente spolverata e che l’aspirapolvere era stato adoperato. Chi era stato? Questa volta non di certo il marito che neppure sapeva dove si trovasse l’elettrodomestico.
Ebbe un’illuminazione: Il braccio! Era stato il suo braccio!
Di notte si era staccato dal corpo e aveva lavorato in modo indipendente.
Telefonò a Matilde, la figlia maggiore, e le confidò che il suo braccio destro era diventato autonomo e che lavorava per i fatti suoi. La ragazza la ascoltò addolorata perché capiva che la madre era convinta di ciò che diceva; poi cercò di farla ragionare, ma Pina insistette che il suo braccio era capace di agire da solo.
“Mamma ma ti rendi conto che è una cosa impossibile!”
“Ah sì! E allora chi ha lavorato scusa? Chi ha passato l’aspirapolvere in salotto?”
“L’avrai fatto tu ieri e non te lo ricordi.”
“E la colazione stamane? Perché era già pronta? Semplice, perché l’aveva preparata il mio braccio.”
Subito ciascuna delle figlie conobbe la convinzione della madre.
Matilde telefonò a Germana, questa telefonò a Stefania che a sua volta telefonò a Michela, la quale lo riferì a Sonia.
Tutte furono angosciate perché capivano che la madre non aveva più la testa a posto.
Un pomeriggio, Matilde aveva invitato delle amiche per un tè e aveva voluto che la madre fosse presente.
Pina aveva cominciato a dire che era fortunatissima perché le sue braccia erano diventate entrambe autonome e riuscivano a svolgere tutte le faccende domestiche da sole senza che la sua mente le comandasse. Era serissima nel dire così e un silenzio di tomba aveva accompagnato quest’affermazione.
Le amiche della figlia si erano guardate basite, ma Matilde era intervenuta minimizzando la cosa e dicendo che spesso la madre amava scherzare.
“No, no, non scherzo affatto, le mie braccia lavorano da sole e io non faccio mai nessuna fatica. Addirittura ho licenziato la domestica perché non ho più bisogno di lei.”
Nessuna aveva più affrontato l’argomento ma, andando via, le signore avevano raccomandato sottovoce a Matilde di fare visitare la madre.
Infatti, qualche giorno dopo, il marito condusse Pina da uno specialista e questi diagnosticò  il morbo di Alzheimer.
In questa malattia il sintomo più frequente è la difficoltà nel ricordare eventi recenti, Pina li ricordava ma a modo suo, cioè li distorceva e li trasformava. Adesso aveva momenti di disorientamento e cambiava d’umore. Aveva cominciato a non truccarsi più perché sbagliava e si metteva l’ombretto al posto del rossetto e viceversa.
A poco a poco, Pina cominciò a isolarsi e non volle più andare dalle figlie o dalle amiche. Le sue facoltà mentali lentamente la stavano abbandonando.  
Visse altri tre anni sempre circondata dall’affetto del marito e delle figlie.
Quando capì che stentava a riconoscere le sue creature, chiese che la ricordassero com’era quando stava bene e si prendeva cura di loro: “La vostra mamma vi ha amato con tutta se stessa, ho desiderato un figlio maschio ma ogni volta che ho avuto una di voi tra le braccia, ho ringraziato il Buon Dio per il meraviglioso dono ricevuto. Voi siete il mio capolavoro, ricordatemi come ero quando vi baciavo teneramente.”  
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