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La pagina bianca Carlo soffriva di depressione. Se ne rendeva conto, ma non aveva mai voluto consultare un medico. L’incuria è sempre biasimevole se riguarda la propria salute. In taluni casi confina con la balordaggine. I primi sintomi erano insorti con la nascita del secondo figlio che strillava e non lo faceva dormire. Era stato colto da insani desideri d’infanticidio. Quell’inverno aveva conosciuto, a scuola, una nuova collega giovane, simpatica, affascinante. Se n’era invaghito perdutamente e per lei avrebbe abbandonato moglie, figli, casa, dando un colpo di spugna al passato con disinvoltura. Invece Marta, la nuova docente, era morta l’anno successivo di carcinoma. Carlo, da quel momento, iniziò a scrivere poesie d’amore d’ispirazione stilnovista. La donna da lui angelicata era scomparsa, ma ricompariva in alcuni suoi scritti appassionati e deliranti. Laura la moglie, non sapeva e non si era mai accorta di nulla. Faceva la rappresentante di preziosi, sempre molto impegnata. Si rendeva conto solo del crescente stato d’abbattimento e d’angoscia del marito. Lo aveva esortato ad andare da uno psichiatra, ma non era stata ascoltata. Ne aveva parlato con un medico amico e quello aveva individuato chiaramente i sintomi della sindrome bipolare maniaco depressiva. Anzi l’aveva avvisata: -Stai attenta Laura, è un male subdolo e pericoloso. Tuo marito deve assolutamente ricorrere a uno specialista, altrimenti c’è il pericolo che, alla fine, si tolga la vita. Niente da fare! L’unica attività che assorbiva Carlo, oltre l’insegnamento, era scrivere al computer. Scriveva con esaltazione, con nervosismo. Nelle sue poesie e nei suoi racconti tutto era lugubre, ossessivo, drammatico. Poi improvvisamente l’allegria insorgeva nel suo umore, inaspettata quanto strana, e questa è una caratteristica tipica della sindrome bipolare. Un episodio domestico l’aveva scosso dal torpore abituale provocandogli maggiore ansia: Laura per la sua professione, possedeva una pistola con porto d’arma rilasciato dalla questura. Il marito l’aveva presa e l’aveva lasciata inavvertitamente sul mobile del soggiorno. Giocando, il figlio più piccolo l’aveva maneggiata facendo esplodere un colpo che aveva sfiorato il fratello. Il panico e il trambusto erano stati enormi per tutta la famiglia e Laura aveva dovuto fare scomparire la pistola. Un giorno, su una pagina bianca della sua agenda scolastica, Carlo aveva scritto il nome di Marta. Si trovava seduto su un divano di casa. Aveva ripensato a lei e improvvisamente ecco apparire la collega. La donna era accanto a lui, reale, sorridente, bella. Non aveva parlato ed era sparita subito. Era rimasto come inebetito, infatti, non aveva mai creduto ai fantasmi. Pochi giorni dopo, aveva acceso il computer e sulla pagina bianca di Word, aveva visto quel nome scritto da una mano sconosciuta: <Marta>. Non aveva detto niente a nessuno. Temeva le reazioni di scetticismo e di sarcasmo degli altri. Nei giorni successivi il fenomeno si ripeté. Il nome divenne un viso soffuso, trasparente, diafano, quasi volesse fare da sfondo nel desktop. Da quel momento appariva sempre sulla pagina bianca e gli lasciava messaggi scritti, parole indecifrabili, dall’oscuro significato che poi lentamente si dissolvevano dal video. Lui continuava a tacere, a tenere per sé quanto gli accadeva. Era come un’ossessione! Pensò di mettersi in contatto con Marta per capire il mistero e far cessare quelle manifestazioni. Aprì l’outlook e a un indirizzo immaginario e inesistente, mandò messaggi che naturalmente non furono mai inviati. Sulla pagina bianca di Word e sul desktop continuava ad apparire scritto: <Marta>. Lo vedeva scritto e lo immaginava solo lui. I fenomeni avvenivano sul computer di casa e li teneva gelosamente nascosti a chiunque. Quando si trovava a scuola, tutto era normale. Un pomeriggio, accese la radio e percepì una voce che lo chiamava. Aveva cambiato canale e la voce si era ripetuta. Il terrore l’aveva attanagliato come una morsa spettrale che toglie ogni capacità di discernimento. Ancora una volta la sua balordaggine ebbe il sopravvento. Si mise a parlare, a rispondere a quella voce. -Chi sei? Sei tu Marta? Che vuoi? - Silenzio. -Perché non mi lasci in pace? - La moglie lo trovò così, mentre parlava da solo. -Carlo! Ma che hai? Con chi parli? Sembri un pazzo! – La poverina si preoccupò. Si avvicinò e gli mise una mano sulla spalla. Rimase a guardarla a bocca aperta. Poi agitò il capo. -No no niente. Ascoltavo la radio e commentavo. - Un’altra volta nella stanza da bagno, vide un foglietto di carta a terra con scritto il solito, ossessivo nome: < Marta>. Lo stracciò in mille pezzi con furia e paonazzo in viso. Tutte queste cose le vedeva e le percepiva solo lui. Cominciava a odiare anche il solo ricordo di Marta. Era divenuta la sua nemica. Colei che lo perseguitava. Non si rendeva conto che le turbe ossessive della mente sono una malattia grave. Il suo stato d’animo era avvilito, prostrato. Si chiedeva cosa non lo soddisfacesse nella vita. Aveva due bambini meravigliosi, una moglie affettuosa, una rendita economica discreta, compresa la casa di proprietà. Dunque perché? Il male sottile l’aveva dentro. Sarebbe bastato rivolgersi a un qualsiasi psichiatra o neurologo. Quando la moglie lo trovava a parlare ancora da solo per casa, lo esortava: -Dai! Prendo l’appuntamento con il dottor…….- -No. Assolutamente no! Non sono mica pazzo io! - Invece sembrava proprio così. Eppure si vergognava d’ammettere di avere disturbi del sistema nervoso. Così un bel giorno, Marta si sedette accanto a lui in cucina. Carlo lanciò un urlo di raccapriccio e si contrasse chiudendo gli occhi. Poi li riaprì e lei era sempre là. Muta, immobile come una statua. Bianca e vestita di bianco. Avrebbe voluto eliminarla, strozzarla. Così si slanciò in avanti e cadde a terra con un tonfo enorme. Sbattendo la testa, si procurò una ferita sulla fronte. I figli accorsi lo trovarono a terra sanguinante e furono desolati. Marta cominciò ad aggirarsi per la casa. La vedeva spettrale e con gli occhi cerchiati di nero. Il figlio maggiore era un ragazzino sveglio e un giorno chiese: -Papà perché ti guardi sempre intorno come se vedessi un fantasma? - -Non mi guardo intorno, sono solo soprappensiero. Noi adulti abbiamo tanti problemi da risolvere. - -Non mi sembrava. Comunque ringrazio voi adulti per i guai della nostra società! - -Vattene! Non fai ridere nessuno! - Era sempre irritabile e nervoso. Più si agitava più subiva la sua persecuzione. Pensò di scrivere un messaggio proprio su quella pagina bianca dove tutto era cominciato, e pregare Marta di non farsi vedere mai più. La pagina restò senza alcuna risposta, ma le apparizioni continuarono. Una notte udì piangere e singhiozzare. Lo disse alla moglie, alzandosi per andare a controllare i figli. Laura non aveva udito nulla. -Io non ho sentito niente, ma se tu domani non vai da un dottore, lo chiamo e lo faccio venire a casa. - -Non ti permettere! Appena posso, andrò. - Invece non lo fece. Lo sguardo di rimprovero della moglie divenne una nuova persecuzione. I nervi erano a fior di pelle. L’esasperazione faceva da involucro alla sua personalità. Adesso anche a scuola spiegava male, poiché un docente non può permettersi d’essere sempre nervoso e privo di pazienza. I suoi alunni, che erano bravissimi ragazzi, una mattina stavano eseguendo un compito in classe e, sulla pagina bianca del quaderno di uno, lesse: <Marta>. Carlo cominciò a urlare come un forsennato: -Perché hai scritto quel nome? Chi te l’ha detto! Perché l’hai scritto? - -Professore, guardi che io non ho scritto nulla- rispose il povero alunno costernato. Guardò meglio e si accorse d’aver visto qualcosa d’inesistente. Nella classe, il silenzio e lo sbalordimento divennero palpabili. Cercò di giustificarsi dicendo frasi sconnesse, ma i ragazzi lo guardavano con gli occhi spalancati. Un’altra mattina, in un corridoio dell’istituto, incontrò Marta con un gattino nero in braccio. Ricordò che la defunta collega gli aveva raccontato di possederne uno. Si fermò e la pregò di non farsi più vedere. Un alunno lo sorprese mentre parlava con l’invisibile interlocutrice. -Professore, ma con chi sta parlando? - Marta era scomparsa di colpo. Lui iniziò di nuovo a urlare: -Cosa t’interessa! Perché non ti fai i fatti tuoi! Cerca di studiare invece d’andare in giro per la scuola! - L’alunno trasecolato, lo guardò a bocca aperta e non replicò. Il gattino nero prese a passeggiare per l’aula e Carlo, mentre spiegava la lezione, s’interrompeva guardando fissamente il punto dove credeva di vederlo. L’intera classe si volgeva allora verso quel punto. E questo più di una volta. -Professore, ma cosa c’è? Che cosa guarda? - Altre urla: -State attenti! Voi non seguite! Guardate me invece d’ascoltare ciò che dico! - Così da qualche tempo, i suoi bravi alunni gli mostravano sfiducia, disistima, sarcasmo. Quegli stessi ragazzi che prima gli erano tanto affezionati! Il preside, che si era accorto di tutte queste stranezze, gli aveva consigliato di astenersi dall’insegnamento e di prendere un periodo di aspettativa per motivi di salute. Carlo era dunque arrivato al culmine dell’esasperazione. Un pomeriggio era rimasto solo in casa ed era in piedi nella stanza da letto. Tremava, aveva il terrore di veder comparire Marta. Alle sue spalle udì un rumore. Estrasse la pistola dal comodino e girandosi di scatto, fece fuoco. Vide Laura afflosciarsi al suolo priva di vita. Il silenzio divenne fitto, tombale, assoluto. Non c’era nessuno. I figli erano fuori. Non pensò a loro. Pensò alla sua vita distrutta. Puntò l’arma alla tempia e sparò di nuovo, con rabbia ma felice di potersi liberare di quella tortura che era divenuta la sua mente. |
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