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nipotinaErmenegilda
  
Ermenegilda era una ragazza proprio carina, con le forme al punto giusto, magra e slanciata. Aveva lisci capelli nerissimi e la sua chioma era folta e luminosa. Il naso era vagamente all’insù, gli occhi grandissimi e non li truccava mai. Il sorriso era simpaticissimo, fatto di denti non perfetti , ma egualmente aveva una bocca accattivante. Di carattere era dolcissima e incline alla meditazione, studiava molto ed era stata sempre brava a scuola. Adesso, all’università, frequentava la facoltà di ingegneria e studiava molto per sostenere gli esami.
Il nome che le avevano affibbiato non le piaceva proprio e se ne lamentava sempre.
Difatti gli amici continuavano a prenderla in giro per quel nome insolito e strano.
In casa la chiamavano Erme. Quando i compagni sentivano quel diminutivo, dicevano: -Ma ti chiami Ermes o Verme?-
E ridevano, procurandole un cupo impulso di rabbia.
Erme aveva una sorella minore di nome Liliana e anche questo la faceva arrabbiare, perché diceva ai genitori:  -A lei avete messo un  nome bello e a me invece un nome indecente! -
-Ma tu porti il nome della nonna!- ribattevano i genitori.
Liliana era totalmente diversa da lei. Era più alta, con un viso impertinente, i capelli corti e castani. Studiava poco, quel tanto che bastava per essere promossa a scuola.
Avevano uno zio che, nel passato, aveva sempre accudito alla nonna di cui Ermenegilda portava il nome.
-Secondo me - diceva lo zio -dovresti imparare ad accettare il tuo nome. E’ il trucco per volersi bene; accettarsi sempre così come siamo, con tutto quello che rappresentiamo. -
-Ma zio - protestava Erme -il mio nome è proprio orribile! Scusa sai, ma è la verità! -
-Fatti chiamare Gilda come faceva la nonna. In fondo diventa un bel nome. -
-No, Gilda no, allora preferisco quella specie di Verme che dopo tutto sono. -
-Lo vedi che non ti accetti! E’ uno dei tanti difetti di voi giovani. Non vi accettate. -
-Io mi accetto, quello che non accetto è il nome che mi ritrovo. -
-Tu sei generosa come tua nonna, la ricordi in tante cose oltre che nel nome. Per esempio, trattieni a stento le lacrime quando ti commuovi. Resta come sei, Erme, non lasciare che la vita ti cambi! -
Una mattina, la nipotina doveva recarsi all’università per sostenere un esame importante. Stava guidando l’auto fra il traffico cittadino. A un tratto, si accorse che al centro della strada vi era un motorino a terra e una ragazza giaceva priva di sensi. Riconobbe in quel corpo inerte una sua cara amica. In un lampo decise di soccorrerla. Avrebbe perso gli esami all’università, ma non importava, doveva assolutamente aiutarla!
Caricò l’amica ferita sulla sua auto e via, a clacson spiegato.
Il traffico era più intenso che mai e procedeva poco speditamente nonostante le segnalazioni d’urgenza.
Arrivò al pronto soccorso e dopo tutti gli accertamenti, le comunicarono che aveva fatto appena in tempo a salvare la vita della ragazza.
Aveva però perso la possibilità di dare gli esami e adesso avrebbe dovuto aspettare molto prima di poterli sostenere.
I genitori assicurarono che si era comportata in maniera esemplare.
Lo zio disse: -Vedi Erme, ancora una volta hai dato prova di somigliare alla nonna, anche lei avrebbe fatto come te. -
-Dimmi zio, è vero che una volta per difendere un’amica, ha dato del cretino a un signore? -
-Sì, è vero, lo ricordo perfettamente. Quella volta la nonna disse:
-Lei caro mio, è un gran cafone, ha offeso la mia amica e si è comportato come un emerito cretino! -
Dopo qualche tempo all’università, Ermenegilda conobbe un giovane. Era un collega laureando. Si chiamava Teodoro. Magro e un po’ dinoccolato, era conosciuto da tutti come Teo. Da quando la adocchiò, non le diede più tregua. La corteggiava sempre, la tallonava ovunque, se lo trovava continuamente davanti.
Era uno dei migliori allievi della facoltà, molto studioso e impegnato.
Teo era esuberante, sempre in vena di scherzare e ridere, educato e galante. Alla fine, conquistò il cuore di Erme.
Vale la pena allora di ricordare il momento in cui si erano conosciuti.
Il dinoccolato ragazzo, sempre con la testa fra le nuvole, si trovava nei corridoi dell’ateneo e non si avvide di una ragazza che correva, essendo in ritardo per la lezione. Si scontrarono e lui: - Oh! Scusa mi spiace.
 Si squadrarono, poi: - Io mi chiamo Teo e tu? -
-Piacere Erme, ma sono in ritardo. -
-Come hai detto che ti chiami? -
-Erme, Ermenegilda, ma ti devo lasciare. -
-Ah! Io sono Teodoro. -
-Bene! Mi sono imbattuta in un'altra vittima dell’onomastica! -
Scappò via e Teo la seguì a lungo con lo sguardo. Improvvisamente aveva dovuto credere anche lui alla teoria del colpo di fulmine.
-Zia! Ho conosciuto un ragazzo! Si chiama Teodoro ed è un seccatore. Mi sta sempre  alle calcagna. Pare un cane segugio! Individua sempre le mie tracce. -
-E’ simpatico perlomeno? Com’è? Ѐ alto? -
-Oh sì! E’ molto magro e ride sempre. E’ uno sgobbone, si sta laureando, però a me pare proprio una iattura ritrovarmelo sempre tra i piedi! -
-Erme, di solito, chi disprezza compra. In ogni modo, come avrebbe detto la nonna, se sono rose, fioriranno. Dai tempo al tempo e trattalo da amico. -
-E già, io devo accettare tutto vero? Anche un seccatore come questo. -
-No, se proprio non lo sopporti, non dargli false speranze, altrimenti consideralo un amico come tutti gli altri e lascia che le cose vadano come devono andare. -
Infatti, i due ragazzi continuarono a frequentarsi da buoni amici e quando la zia li incontrava, esclamava: -Che bell’accoppiata! Erme e Teo. Ma dove li avete trovati questi nomi, ragazzi? -
-Per favore zia! Non ti ci mettere pure tu! -
-Signora, i nostri nomi si potrebbero anche pronunciare per intero, come passatempo: Ermenegilda e Teodoro; s’impiega un’oretta circa. Ah, ah, ah, ah, ah.
Col passare del tempo però, la ragazza si accorgeva di volere bene a Teo. Lo cercava lei, chiedeva i suoi consigli, voleva sempre uscire con lui.
L’amico si era laureato, lavorava e aveva meno tempo libero a disposizione. Dunque Erme ne sentiva la mancanza.
Una mattina lo incontrò in compagnia di una bellissima ragazza. Provò per la prima volta, i morsi della gelosia. Teo! Il suo amico invadente con un’altra! Un senso di rimpianto la assalì e forse anche la voglia di piangere.
I due, presi in una fitta conversazione, non l’avevano notata. Si allontanò e non volle salutarli. Cominciava ad avere i primi dubbi sulla differenza tra amicizia e amore. A tal proposito anzi, era ormai certa di essere innamorata di Teo, ma forse troppo tardi.
A casa pianse di nascosto, ma la sorella che aveva capito tutto, esclamò:-Per me, tu sei scema! Prima lo chiami seccatore e lo snobbi, poi piangi per lui. Mah! -
La zia al telefono, capì che era triste e sollecitò: -Allora Erme, che c’è? Che hai? Dalla voce si direbbe che stai tornando da un funerale. -
La nipotina raccontò amareggiata dell’incontro e soggiunse che si era finalmente accorta di volere bene a Teo.
-Ma ormai è inutile zia, me lo sono lasciato scappare, si sarà messo con quell’altra. -
-Chi te lo assicura, scusa? E poi anche se fosse così, perché vuoi darti per vinta? Bisogna sempre combattere per ciò cui teniamo, specie se non facciamo niente di male. Non dobbiamo mai desistere. -
Quella sera stessa, Erme telefonò a Teo: - Ciao. Come va? Sai, stamattina ti ho visto in compagnia di una ragazza strepitosa. Complimenti! Ma chi era? -
-Ah sì, doveva essere quella fata della mia collega di lavoro. E’ una vera presuntuosa saccente. Tu come stai, dolcezza? -
Il cuore della nipotina ebbe un sussulto e poi si mise a fare le capriole, mentre diceva languida: - Teodoruccio, domani noi due dovremo proprio uscire, credo di avere molte cose da dirti. -
-Okay Ermenegilda. Come vuoi tu. Domani usciremo e già fremo al pensiero delle cose che vuoi e potrai dirmi. -
Che suono speciale aveva il suo nome sulla bocca di lui!Il giorno dopo, erano l’uno nelle braccia dell’altro.
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