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Ma. RuLa professoressa Bianca Maria da tempo si interessava del problema della droga, e su questo tema aveva svolto lezioni all’università, aveva fatto ricerche e conferenze. Aveva scritto dei saggi riguardo agli spinelli e ai rischi nell’assunzione di stupefacenti. Era molto preparata in questo campo e veniva considerata un’esperta, consultata da medici e psichiatri che combattevano questa piaga sociale. Dotata di spirito battagliero, più di una volta aveva allontanato alcuni giovani dal tunnel funesto dell’eroina o dalla spirale della cocaina. Possedeva un sito Internet e lì pubblicava taluni discorsi e lezioni svolte ai suoi studenti. Riceveva e-mail da tutte le parti del mondo e in tutte le lingue, richieste d’aiuto e di consigli, cui rispondeva puntualmente e con il massimo impegno. Si era resa conto che oramai l’opinione pubblica s’era assuefatta a quel dramma giovanile e lo considerava come un sassolino gettato nello specchio di un lago: i cerchi svanivano e l’acqua tornava tranquilla. Ma non era così per lei che identificava nei ragazzi il suo lavoro, la sua vita, il principale interesse. Avvertiva come la gente parlasse di droga con indifferenza, come un fenomeno ineluttabile, con cinismo, a volte con comprensione, però tutti si accorgevano della drammaticità del problema solo nel momento in cui erano toccati da vicino, perché un figlio o un congiunto era finito in quel famoso e buio tunnel. Bianca Maria aveva cominciato a chattare con una ricercatrice il cui nickname era Ma.Ru. Costei si dichiarava coinvolta nel problema in quanto il suo mestiere di biochimica la portava ad affrontare esperimenti e ricerche su composti chimici e sostanze allucinogene. Diceva di essere un’anziana signora dai capelli grigi, dalla faccia magra e già segnata di rughe, con gli occhi azzurri sempre un po’ stanchi per il continuo sforzo di guardare nel microscopio. A Bianca Maria pareva di conoscerla da sempre. Si era affezionata inspiegabilmente a questa corrispondente e cercava di mettersi in comunicazione con lei anche più volte il giorno. Ma. Ru. le rispondeva e le narrava tante cose della sua vita. Chattando, le narrava episodi del passato, esperienze vissute, esperimenti eseguiti e i risultati conseguiti. Come se avesse trovato finalmente una confidente cui poter svelare le sue scoperte senza timore di essere giudicata o criticata. MA. RU. le dava consigli, delucidazioni, le spiegava talune strane reazioni chimiche e gli effetti di alcuni particolari e sconosciuti composti delle droghe. Le aveva detto che sovente si commette l’errore di creare nei giovani dei pericolosi tabù. Cioè gli allucinogeni vengono demonizzati senza preoccuparsi di spiegare cosa siano e quali differenze esistano tra i vari tipi di stupefacenti o come e perché accada che si resti vittima del loro fascino perverso. Aveva un linguaggio tipicamente scientifico e diceva che quelle che i ragazzi chiamano ‘canne’ sembrano innocue e invece danneggiano il cervello. L’ecstasy produce sensazioni di onnipotenza e i giovani, assumendola, non accusano più alcuna fatica ma vanno soggetti a collassi cardiocircolatori, danni cerebrali permanenti e occlusione delle arterie causata da eccessiva ritenzione di liquidi. Una volta le aveva raccontato di aver fatto un nuovo esperimento. Aveva avuto un’illuminazione, una specie d’ispirazione. Siccome stava lavorando ad alcuni allergeni, improvvisamente aveva pensato di crearne di nuovi. Di quelli cioè che potessero rendere chiunque allergico agli stupefacenti. Subito Bianca Maria le aveva risposto che il mondo non aveva bisogno di nuove sostanze che provocassero allergie, poiché ogni reazione allergica procura attacchi di asma, nausea, edemi e così via. Quindi il vantaggio sarebbe stato inesistente. Ma.Ru. aveva ribattuto che quella era la classica osservazione di chi non aveva fiducia nella scienza, il cui vero scopo non è quello di procurare vantaggi. Perché la scienza non ha scopo. Come l’arte, si giustifica da sola. Infatti, uno scienziato non deve rendere conto a nessuno, e non è la direzione verso la quale rivolge le sue energie che stabilisce se la sua è scienza pura o scienza applicata. “ Immagina, - aveva scritto - se un giorno tutti i ragazzi del mondo non potessero più assumere alcun tipo di droga perché allergici! Non credi che sarebbe una vera rivoluzione? Non sarebbero sconfitti per sempre i narcotrafficanti? Se un ragazzo si sentisse male dopo la prima dose di narcotico, credi che la riproverebbe? Ecco perché ho studiato a fondo gli allergeni e ho cercato di crearne di nuovi.” La professoressa Bianca Maria fu affascinata e coinvolta da queste rivelazioni segrete e da queste idee. Cominciò a parlare ai suoi studenti del fatto che i vari tipi di droghe “leggere” e “pesanti” erano stati superati dalla diffusione sul mercato di altre sostanze stupefacenti di natura farmacologica, dagli effetti forse più devastanti di quelli dell’eroina e della cocaina. Non voleva svelare il segreto e le speranze dell’amica, ma sempre con maggiore veemenza s’impegnò nella battaglia contro la droga. Cominciò a interessarsi al dibattito, attuale in Italia, sulla legalizzazione della vendita delle droghe leggere e sulla loro liberalizzazione. La professoressa era contraria a tale libera vendita, ma diceva altresì che la maggior parte dei giovani non sono bevitori e fumatori incalliti e ciò nonostante, lo Stato non ha problemi etici nel mettere in vendita alcol e tabacco. All’università prese a dire che le più grandi organizzazioni criminali traevano i propri proventi non solo dal traffico di stupefacenti, ma anche dalla microdelinquenza, da quei minori cioè che spacciano droga indisturbati. Sperava comunque fra sé, nella rivoluzione annunciata da Ma.Ru. Auspicava che riuscisse veramente a trovare, per il futuro, degli allergeni in grado di allontanare per sempre i giovani dalla droga. Improvvisamente però l’amica non scrisse più. Sembrò scomparsa nel nulla. Com’era apparsa e l’aveva coinvolta in un rapporto di confidenza e complicità, così era svanita senza lasciare traccia di sé, se non tutte quelle belle idee e quelle parole di speranza. Bianca Maria continuò a scriverle sempre, ma non ricevette alcuna risposta. Passarono i mesi e quando ormai delusa e amareggiata, disperava di averne notizie, un giorno ricevette un e-mail inquietante. Ma.Ru. diceva di essere dovuta scappare e di essersi rifugiata in una località sconosciuta. Le spiegava di essere in realtà una scienziata del Centro Nazionale Ricerche. Era stata perseguitata e le avevano sabotato l’auto, il laboratorio e messo la casa a soqquadro. L’avevano poi minacciata di morte se avesse continuato le sue ricerche sugli allergeni contro le droghe. Aveva dovuto dare le dimissioni e fuggire all’estero poiché in Italia nessuno la garantiva e le assicurava l’incolumità. Adesso la pregava di non scriverle più perché sarebbe stato pericoloso. La meraviglia e il dispiacere di Bianca Maria furono enormi e sentì sfumare le sue speranze. Provò sentimenti di ribellione e avrebbe voluto gridare al mondo intero quella terribile ingiustizia. Capì che ancora una volta la malavita aveva usato il sistema della prevaricazione e della violenza. Un giorno si trovò a parlare con un suo amico del Centro Nazionale Ricerche e gli chiese informazioni su una tale scienziata che si firmava Ma.Ru. Chiese se la conoscesse e cosa sapesse di lei. La risposta fu che quel nickname apparteneva alla dottoressa Maria Russo che aveva dato le dimissioni dal Centro per problemi personali. Ma l’amico non sapeva altro, anche perché era sempre stata una persona molto schiva ed enigmatica. L’unica cosa che sapeva era che tutte le ricerche di quella scienziata erano andate distrutte nell’esplosione del suo laboratorio. Bianca Maria fu ancor più addolorata da queste informazioni e si chiese se la sua amica non avesse mai parlato a qualcuno delle sue ricerche. Un anno dopo, furono dissipate le sue perplessità perché le giunse un messaggio dell’amica in cui le diceva di non aver più potuto lavorare ai suoi allergeni poiché le formule erano andate distrutte e nessuno le conosceva o sarebbe stato in grado di portare avanti le sue ricerche. Tra l’altro era ammalata di un male incurabile e le restavano solo pochi mesi di vita. Era serena però, aveva vissuto quell’ultimo periodo della sua vita in un luogo incantevole, aveva fatto le cose più impensate e conosciuto gente splendida. Non lasciava al mondo nessuno poiché il suo unico figlio era morto di overdose. Forse nessuno si sarebbe ricordato di lei. Ma Iddio le aveva dato tanto, le aveva offerto la possibilità di studiare, di conoscere il mondo affascinante della biochimica e della bioingegneria, aveva visto al microscopio cose formidabili e aveva sondato un universo meraviglioso fatto di microcellule e microrganismi. Aveva fatto delle scoperte su nuovi farmaci che già aiutavano la gente ad affrontare meglio le malattie. Aveva conosciuto scienziati che, come lei, avevano dedicato l’esistenza al miglioramento della qualità della vita sul nostro pianeta. Forse non era vissuta per se stessa, forse, come diceva Pablo Neruda, aveva vissuto la vita degli altri. Forse la propria vita era fatta di tante vite. Le diceva addio e annoverava, tra le cose più belle di quegli ultimi anni, l’averla conosciuta e aver potuto scambiare pensieri e confidenze con lei. La pregava comunque di non rispondere a quell’e-mail. Bianca Maria pianse e fu sconvolta da quelle parole. Le sue speranze sarebbero rimaste solo dei sogni. Sogni basati su un’idea ingegnosa e geniale che aveva messo in allarme il mondo della malavita. |
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