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Lo chiamavo MikeSpesso oggi penso ancora a lui, a quel ragazzino che chiamavo Mike. Lo avevo conosciuto quando aveva circa undici anni ed era un mio alunno di prima media. Quella in cui insegnavo era una scuola ben frequentata e quasi tutti i ragazzi vi arrivavano abbastanza scolarizzati e preparati. Michele Terzini invece vi arrivò che a stento sapeva leggere e scrivere. In classe, non voleva sedere con gli altri compagni e spesso scappava, facendosi inseguire dai bidelli. Infatti, quel primo anno non fu promosso e dovette ripetere la classe. Io avevo preso molto a cuore il suo caso e, proprio per aiutarlo, fui concorde con gli altri colleghi a fermarlo nel percorso della scuola media. Circa un anno fa ho incontrato il giudice Terzini. Non lo avrei mai riconosciuto. Era lui, era Michele, o meglio Mike, come l’avevo sempre chiamato. Era stato adottato a nove anni da una coppia senza figli. Due signori che lo avevano preso da un orfanotrofio dove i genitori naturali lo avevano abbandonato. Quel primo anno di scuola media l’aveva vissuto come un incubo. Non si adattava a niente, non andava d’accordo con nessuno. Sembrava un animaletto spaventato e pronto ad aggredire. Era un bel bambino, bruno, ricciuto, con gli occhi nerissimi e grandi. Avevo notato che era sensibilissimo alla dolcezza, addirittura restava a bocca aperta se provavo a fargli una carezza. Povero Mike! Non aveva mai avuto, nella sua breve vita, nessuno che gli dicesse una parola affettuosa. La prima volta che affrontò una prova di scrittura, mi accorsi che a malapena riusciva a tenere la penna in mano. In questi casi noi insegnanti delle medie ci chiediamo cosa abbiano fatto e come abbiano operato i colleghi delle elementari. Con Michele avevano lavorato davvero male. Per questo il ragazzo dovette ripetere la prima classe delle medie, proprio per recuperare le abilità di base, per riuscire a socializzare meglio con gli altri ragazzi e per acquisire un metodo di studio efficace e valido per lui che era arrivato privo delle più elementari basi di partenza. Quando ripeté la classe, ebbe la fortuna d’incontrare dei nuovi compagni tutti molto ben disposti nei suoi confronti. Io raccontai subito ai miei nuovi allievi la storia di Michele e quei ragazzi immediatamente mostrarono un atteggiamento di protezione verso di lui. Quella fu una delle migliori classi che abbia avuto nella mia lunga carriera d’insegnante. Fu merito loro se il ragazzo riuscì lentamente a inserirsi e a socializzare nell’ambiente scolastico. Fu merito loro se oggi il giudice Terzini svolge egregiamente il suo lavoro. Infatti, a poco a poco Michele imparò a leggere e a scrivere bene. Aveva anche imparato a narrare ai compagni le sue vicissitudini di bambino senza genitori. Raccontava che, in orfanotrofio, gli altri ragazzi lo picchiavano e lui non sapeva difendersi perché era troppo piccolo e nessuno interveniva. Gli mettevano gli scarafaggi nelle tasche, gli sottraevano il cibo, gli facevano ogni sorta di angherie. Quando narrava in classe queste cose, gli altri compagni lo guardavano come fosse un eroe e lui era soddisfatto. Una volta, parlandomi della sua mamma adottiva mi disse: “Mia madre mi ha adottato perché lei figli non ne può avere che ci ha le ovaie bloccate”. Esordì così dinanzi a tutta la classe scatenando l’ilarità collettiva. Diceva di ricordare suo padre, quello vero, un tipo ricciuto, che una volta gli aveva detto: “Adesso ti porto a comprare i giocattoli”. Invece lo aveva portato in un istituto di suore e ve lo aveva lasciato per sempre. La madre però non la ricordava per niente. Secondo me, ne aveva rimosso il ricordo. All’istituto, con lui c’era anche una sorellina più piccola. Questa fu data in adozione a un’altra coppia, con grande dolore di Michele che in lei trovava il suo unico affetto. Fu promosso in seconda media e ne fu felicissimo, come di una grande conquista. Aveva imparato a leggere scorrevolmente e, a poco a poco, evidenziava la normale intelligenza di un ragazzino della sua età. Solo nella matematica non riusciva a migliorare, ma non perché gli mancassero le capacità, ma piuttosto poiché non entrava in sintonia con l’insegnante della materia. Continuava a essere vivacissimo, talora addirittura irrequieto e iperattivo. Ma era divenuto sensibile ai richiami e, specialmente se le prediche gli venivano da me, subito chiedeva scusa e si mostrava mortificato. In quei casi, io gli sorridevo e vedevo spuntare la gioia nei suoi occhi di arabo. Spesso avevo dovuto trattenere le risa, poiché combinava sempre qualche marachella divertente. Una volta invece, ne combinò una proprio grossa: durante l’ora di educazione fisica, spinse un compagno a terra procurandogli la frattura dei polsi. Michele quando si rese conto di ciò che aveva causato, restò atterrito, pallidissimo e con la bocca spalancata. Io temetti che stesse peggio del compagno fratturato. Quell’esperienza gli fece acquisire maggior senso di responsabilità e una migliore consapevolezza in tutte le azioni. Nonostante ciò, il suo carattere restava irrequieto e alcuni colleghi lo giudicavano insopportabile. Povero Mike! Assetato d’affetto e di comprensione! Ti ho voluto bene in modo particolare e tu te ne accorgevi e mi cercavi sempre. Appena entravo in classe, notavo che avevi un sospiro di sollievo. Durante una lezione di storia, quando gli chiesi quale fosse stata la carta costituzionale italiana precedente a quella attuale, mi rispose, soddisfatto e convinto: ” Lo Statuto di Carlo Albertino”. In casi come quello, io scoppiavo a ridere irrefrenabilmente poiché davvero non riuscivo a trattenere le risa e poi perché sapevo che lui era felice di vedermi ridere. Mi raccontava che voleva diventare forte fisicamente in modo da non dovere mai più soccombere ad altri ragazzi. Infatti, il suo papà adottivo lo aveva iscritto a una scuola di Karate e in una palestra di culturismo. Dopo due anni, già mostrava una muscolatura invidiabile, tra l’altro diventava sempre più bello e attraente. In seconda media, quando aveva tredici anni, s’innamorò di una compagna di classe di nome Roberta, molto graziosa e particolarmente studiosa, ma non fu mai ricambiato. Michele le portava le rose e lei diceva di non volerle. Allora il ragazzo si rivolgeva a me deluso e chiedeva ad alta voce: “Professoressa perché Roberta non mi vuole?” Quella era un’altra occasione d’ilarità per i compagni, io cercavo comunque di consolarlo dicendogli che le donne spesso fanno le preziose e allora bisogna lasciarle stare. Era costante nei sentimenti tuttavia e insisteva per farsi apprezzare dalla compagna, ma con scarsi risultati e questo lo faceva avvilire. “ Michele, ma non vedi quanto sei bello! Perché non cerchi un’altra ragazzina?” gli dicevo io. “Un giorno diventerò importante professoressa, e allora tutti mi vorranno” rispondeva, mostrando la sua rabbia di ragazzo diverso. Quando facevamo le visite d’istruzione in città, dovevo sempre tenermelo vicino per evitare che combinasse guai. Ciò nonostante, lui eludeva la mia sorveglianza e andava a guardare le vetrine con occhi spalancati. Poi combinava qualche guaio, mi guardava ed esclamava: “Ma io non ho fatto niente professoressa!” Appunto questo discolparsi continuamente delle sue marachelle, era una nota dominante del suo carattere. Come se avesse acquisito, nei primi anni di vita, il bisogno di difendersi da tutto, una specie di lotta per la sopravvivenza. Davanti all’evidenza della sua colpevolezza, io esclamavo: “Mike, che hai fatto!” e lui puntualmente rispondeva: “Non ho fatto niente io!” “Ma come, ti hanno visto tutti!” e lui: ” Ecco! La colpa è sempre mia!” A questo punto, bisognava fargli sentire l’affetto che lo circondava, dunque sorridendo, lo carezzavo e lo incoraggiavo: ” Non preoccuparti Mike, non voglio punirti, ma cerca di stare più tranquillo”. Il suo sguardo allora diventava adorante. Ho sempre supposto che all’orfanotrofio non facessero che punirlo e picchiarlo. In seconda media, fu nuovamente in pericolo di dover ripetere la classe poiché non aveva del tutto raggiunto gli obiettivi minimi che, annualmente, il consiglio di classe programma e predispone per gli alunni. Quella volta, ricordo, mi battei fermamente per ammetterlo alla classe successiva, sostenendo che sarebbe stato molto peggio per Michele essere allontanato da quei compagni e vedersi costretto a restare indietro. Riuscii nel mio intento e fu ammesso in terza media. Quando apprese della promozione, la sua gioia fu enorme. Non dimenticherò mai quella sua espressione di bambino che mi vuole abbracciare con slancio filiale e, nello stesso tempo, l’atteggiamento dell’uomo che si frena per pudore. Mi aveva detto che, da grande, sarebbe voluto diventare giudice per fare arrestare tutti quelli che maltrattano i bambini come lui: “Farò il giudice professoressa, così li faccio arrestare tutti, tutti quelli che picchiano i bambini”. “ Certo Mike, però dovrai studiare moltissimo, ricordalo”, rispondevo. In terza media, s’impegnò a fondo; sapeva che avrebbe dovuto sostenere gli esami ed io mi accorgevo che ce la metteva tutta per imparare e memorizzare le lezioni. Anzi, talora apprendeva ogni cosa troppo mnemonicamente e con poca autonomia. “Mike, cerca di ripetere ciò che impari con parole tue e ragionando” sollecitavo. “ Sì professoressa” e invece studiava tanto che finiva sempre con l’imparare a memoria. Però se gli ponevo delle domande, mi accorgevo che ragionava e si era impadronito dei concetti. La matematica invece, rimaneva la sua eterna nemica e dinanzi al professore della disciplina ammutoliva e non sapeva più fare nulla. Ho spesso sospettato che il collega di scienze matematiche gli ricordasse il padre. Verso la fine del terzo anno, andammo in viaggio d’istruzione nel Veneto. Ero preoccupata al pensiero di dovermi occupare di Michele da sola e per cinque giorni di seguito. Invece si dimostrò molto in gamba. In pullman prendeva la parola al microfono e intratteneva i compagni cantando o raccontando barzellette. Poi, quando andavamo in giro per le città, si allontanava, ma mi diceva sempre dove stava andando. Restò affascinato da Venezia. Ricordo che guardando i palazzi sull’acqua, mi diceva: “Professoressa, ma non possono essere veri!” Superò senza difficoltà l’esame di licenza media, poiché rivelò capacità di sintesi e una certa preparazione, seppure un po’ stentata e frammentaria. Molti anni fa, mi ritrovai a dover affrontare un problema giudiziario riguardante il condominio in cui abito. Mi recai al palazzo di giustizia poiché vi ero stata convocata. Non sapevo a chi rivolgermi e dove andare tra quel labirinto di corridoi. Quindi mi aggiravo come un’anima in pena. Improvvisamente fui avvicinata da un uomo bellissimo, alto e aitante, proprio un tipo virile e affascinante. Mi guardava con occhi languidi e con fare ammiccante. Ho sempre pensato di essere una signora piacente, ma niente di straordinario, tutto sommato. E poi quel tipo era molto più giovane di me. E allora perché continuava a guardarmi con insistenza? Cercavo di guardare altrove, ma lui seguiva il mio sguardo. Decisi di allontanarmi, giacché cominciavo a preoccuparmi, girai l’angolo del corridoio e lui mi seguì. A questo punto non sapevo più cosa pensare ed ero addirittura spaventata. Mi rivolsi a una guardia: ”Senta, quel tizio mi sta seguendo da un pezzo e sono preoccupata.” Il poliziotto guardò il tipo che gli indicavo ed esclamò: ” Ma è il giudice Terzini, signora!” “ Un giudice! E cosa vuole da me?” Non aspettai molto per saperlo. Infatti, la persona in questione si stava avvicinando. “Professoressa! Ma davvero non mi riconosce?” “Perché? Dovrei? Mi dispiace ma non la conosco.” Così dicendo mi sentivo più che mai professoressa e mi odiavo. “Ma come! Sono Michele Terzini. Sono Mike professoressa!” E mi abbracciò con grande stupore del poliziotto. “Venga, andiamo nel mio ufficio, abbiamo tante cose da raccontarci, e poi mi dirà perché si trova qua e se ha bisogno di qualcosa.” Il poliziotto era costernato, perché, come ho saputo più tardi, il giudice Terzini è un magistrato molto rigido e severo. Adesso però lo riconoscevo. In quegli occhi da arabo e in quel fisico muscoloso riconoscevo il mio Mike. Ma chi l’avrebbe mai detto! No. Davvero non lo avrei riconosciuto. Mi condusse in un elegantissimo studio, pieno zeppo di carte e incartamenti vari. “Questo è il mio mondo, professoressa, vede, ce l’ho fatta, sono diventato magistrato, proprio come le dicevo, solo che non mi occupo di reati sui minori, ma di normali cause civili.” “Mike, ancora stento a credere che sia tu! Non sai che piacere provo a rivederti! E quando ridi…… sì, sei proprio tu, sei Mike, il mio ragazzino ribelle e spaventato”. “Lei è sempre la stessa, sa, l’ho riconosciuta immediatamente. Quante cose mi ha insegnato, professoressa! Innanzitutto mi ha insegnato a vivere avendo fiducia nel mio prossimo. Senza di lei, credo che non avrei mai superato gli anni della scuola media. Ricordo che ero troppo ignorante e spaventato, e quel che era peggio, me ne rendevo perfettamente conto.” Sentirsi dire certe cose, attribuisce un altro significato alla vita e ai minuti che stai vivendo. Sembra retorica, ma è proprio così. A conti fatti, certe parole ti gratificano e ti consolano per tutta una vita di sacrifici e arrabbiature trascorsa in mezzo ai ragazzi. “Ti sei sposato, Mike? Hai figli?” “Sì, qualche anno fa ho conosciuto la donna della mia vita, una collega. Abbiamo due figli maschi. Mi creda, professoressa, faccio il possibile per rendermi sempre presente e stare vicino ai miei bambini. L’esperienza mi ha insegnato che i genitori sono la realtà più importante per i figli.” “E i tuoi genitori adottivi come stanno?” “Oh, stanno bene! Sono felici di essere nonni e io sono felice per loro. Davvero sono stato fortunato! Delle persone buone e generose come loro è difficile trovarle.” “Mike, ma ti ricordi come mi facevi arrabbiare?” “E come posso dimenticarlo! Era come se volessi continuamente sfidarla, per mettere alla prova il suo affetto. Ma lei lo capiva e sopportava tutto, anche se mi rimproverava continuamente. Ma poi il momento più bello era quando mi sorrideva e mi passava la mano tra i capelli! Cara la mia professoressa! Allora capivo che ero un bambino come tutti gli atri. Un alunno qualunque cui l’insegnante era affezionata!” “No, non eri come tutti gli altri, eri di più, eri il mio Mike. Forse inconsapevolmente ti avevo adottato anch’io. Però non lo davo mai a vedere, né agli altri allievi, né ai colleghi.” “Ma adesso perché si trova qui, professoressa?” Gli spiegai dei problemi condominiali e il motivo che mi aveva condotto al palazzo di giustizia. Inutile dire che risolse tutto in men che non si dica. Così oggi, a sessantotto anni, spesso penso ancora a lui, a quel ragazzino che chiamavo Mike. |
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