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La figlia sconosciuta
Marco si era sposato a quarantacinque anni quando ormai era deciso a restare single. Invece aveva conosciuto Eugenia, la proprietaria di una farmacia, e avevano deciso di convolare a nozze in meno di due mesi. Lui faceva l’informatore scientifico e l’aveva conosciuta proprio attraverso il suo lavoro. Si erano piaciuti, erano usciti, avevano subito fatto l’amore e adesso erano marito e moglie. Molto presto però, lei aveva iniziato a dare i primi segni d’insofferenza. Difatti Marco era un po’ strano di carattere, pretenzioso e arrogante, non tollerava l’indipendenza e la ricchezza della moglie, la prendeva in giro dicendo che con quello che spendeva in un giorno, si sarebbe potuto sfamare un paese del terzo mondo. Trascorsi appena quattro mesi, Eugenia comunicò a Marco d’essere incinta ma che quel figlio non era suo. Davanti alla sua costernazione aggiunse che era già incinta quando l’aveva sposato e che aveva avuto bisogno di qualcuno cui affibbiare il bambino. Il poveretto stentava a credere alle proprie orecchie, ma dovette convincersi davanti alla crudeltà di Eugenia, che lo ferì duramente dicendo che era una nullità come maschio, che non riusciva a soddisfare una donna e che quindi era meglio che non si facesse più vedere. Marco si sentiva distrutto, ma affrontò il divorzio come una liberazione. Non riusciva ad accettare ciò che gli era capitato e si sentiva umiliato per essere stato giudicato scarsamente virile. Quella donna, che l’aveva irretito abilmente, l’aveva poi disprezzato affermando che era poco maschio e un pessimo amante. Non era tanto l’inganno che gli bruciava, quanto quegli insulti e quelle insinuazioni gratuite. Non sopportava che lei l’avesse così vilmente calunniato e vilipeso. Eugenia partorì una bella bambina quando ormai le pratiche del divorzio erano già avviate. Mise alla piccola il proprio cognome e non ne comunicò a Marco la nascita. Non si rividero più se non dai rispettivi avvocati e in tribunale. Il divorzio fu consensuale, ma lui non si dava pace e a un certo punto fu assalito da atroci dubbi sulla propria fertilità. Sapeva di essere molto virile e di non aver mai deluso nessuna donna dal punto di vista sessuale, ma le parole di Eugenia gli risuonavano nella mente e gli facevano ancora male. Decise di rivolgersi a un centro diagnostico per la fertilità, si sottopose a tutti gli accertamenti del caso e infine fece le analisi del liquido seminale. Con sua enorme costernazione, risultò che i suoi spermatozoi avevano motilità zero e quindi era sterile e non avrebbe mai potuto procreare. Ciò che provò a quella notizia non è facilmente descrivibile, perché si sentì morire. Era come se un pugnale l’avesse trafitto e l’avesse lasciato privo di forze e privo di ogni capacità di reagire. Si sentiva prostrato e distrutto, non aveva più voglia di fare nulla né di vedere gente. Per molti giorni si rinchiuse in casa e non andò neppure a lavorare. Quando lo chiamarono dalla sua ditta farmaceutica, capì che doveva tornare a svolgere il proprio lavoro se non voleva essere licenziato. Lentamente riprese la vita di sempre, ma aveva il cuore stretto in una morsa dolorosa, come se un macigno pesasse sulla sua anima. Ogni tanto si compativa, poi diceva a se stesso di essere normale e che lo stato d’infertilità possa capitare a qualsiasi uomo. Quando conosceva qualche bella ragazza con cui avrebbe potuto instaurare una relazione, non tardava a rivelarle la sua sterilità. Davanti alla delusione di quella, divenivo cinico, sgradevole e dopo qualche tempo rompeva ogni contatto. Trascorsero così sei anni. Una mattina ricevette una telefonata inaspettata di Eugenia. Si mostrò addolorata poiché adesso sua figlia chiedeva del padre, voleva conoscerlo. Gli disse che in realtà il padre era proprio lui. Disse che aveva mentito perché si era accorta di essersi sbagliata a sposarlo. Negando la sua paternità, si sarebbe potuta più facilmente sbarazzare di lui. Ma ora capiva d’aver fatto male, poiché la piccola aveva bisogno del suo vero padre. Marco si mise a urlare investendola d’improperi, la insultò dicendo che era una sgualdrina, che lui era sterile e che quindi non poteva essere il padre della bambina. All’udire quelle affermazioni, Eugenia rimase senza parole, continuò ad insistere d’essere sicura che lui fosse il padre. Non si dava pace e si lamentò affermando che quella era assolutamente la verità. A un certo punto, disse a Marco che avrebbe potuto fare la prova del DNA con la quale avrebbe avuto la certezza di essere il padre. Lui rimase perplesso a quelle parole e rifletté che non ci avrebbe perso niente ad accettare. Qualche tempo dopo, seppe l’esito del DNA e fu sconcertato nell’apprendere che la figlia di Eugenia era pure sua. Non ci avrebbe mai creduto e si chiese come potessero accadere certe cose. Allora rifece le analisi del proprio liquido seminale e risultò che era normalissimo e del tutto fertile. Evidentemente le precedenti analisi erano sbagliate. Adesso si ritrovava con una figlia sconosciuta che avrebbe finalmente visto per la prima volta.Accadde così che in una bella mattina di sole, Marco s’incontrò con sua figlia Melania. Pareva una bambola, con i capelli neri e ondulati, gli occhi grandi e vellutati. Gli chiese tendendo le braccia: -Allora tu sei il mio papà? - -Sì, Melania, io sono il tuo papà, - rispose prendendola in braccio. -Perché non ti sei mai fatto vedere? Tutte le bambine hanno un papà e tu dov’eri? - -Ero partito, - rispose – ma ora sono tornato e non andrò più via, ti verrò spesso a trovare e usciremo insieme. Ti comprerò dei giocattoli e ti racconterò tante cose. - -Va bene, - disse Melania – ma sarebbe stato bello se l’avessi fatto prima. - Da quel giorno, padre e figlia si frequentarono continuamente e le persone si accorsero di quanto la piccola somigliasse a Marco. La vita, come spesso capita, si era rivelata molto strana, ma per fortuna questa volta l’epilogo della storia era stato a lieto fine. |
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