bimbo sparaIl bambino che uccise             

In un paesino dell’alta Lombardia, accadde anni fa un delitto impressionante compiuto da un bambino di sei anni. Formidabile fu la sollecitudine e la caparbietà con cui sua madre si adoperò a non fargli capire né pesare quello che aveva fatto. Infatti il gesto del piccolo era stato assolutamente involontario e inconsapevole. Aveva sparato al fratellino di tre anni maneggiando una pistola carica.
In quel paese di montagna molti degli abitanti risiedono nelle villette costruite lontane dal centro urbano. Quella mattina il pulmino delle elementari era arrivato a scuola e insieme agli altri bambini era arrivato pure Lorenzo, il bimbo che aveva sparato. Aveva un’espressione attonita e diversa. Pareva inebetito, confuso, come se non fosse presente a stesso e non capiva più niente. Insomma era completamente diverso dagli altri giorni. Poi a scuola improvvisamente arrivò la notizia che il fratellino minore era morto per un colpo d’arma da fuoco. Le maestre attribuirono lo stato confusionale di Lorenzo alla grave disgrazia, non avrebbero mai supposto che lui stesso avesse sparato. Suo nonno, un maresciallo della finanza in pensione, aveva lasciato la pistola d’ordinanza incustodita sul tavolo del soggiorno, dopo averla pulita. Lorenzo l’aveva presa per gioco e inavvertitamente aveva fatto esplodere un colpo. Nel soggiorno, in quel momento, era presente pure il fratellino più piccolo e il colpo l’aveva raggiunto in pieno petto. Il padre non si trovava a casa perché era già andato al lavoro. La madre si era precipitata e aveva trovato il piccolino rantolante in un lago di sangue. Aveva visto Lorenzo confuso con la pistola in mano, immobile, con lo sguardo vacuo. Il suo primo pensiero era stato quello di afferrarlo e portarlo di corsa al pulmino che stava passando. Gli aveva detto che lui non c’entrava, che non aveva fatto niente e che il fratellino stava bene. Invece tornando a casa, la donna aveva trovato il figlio minore in fin di vita e il nonno aveva già chiamato l’ambulanza. Disperata, aveva abbracciato il piccolo e aveva cercato di rianimarlo, sporcandosi tutta di sangue e invocando il suo nome. Erano arrivati gli infermieri e l’avevano trasportato all’ospedale, ma il bimbo era morto durante il tragitto.
Le autorità giudiziarie attribuirono la disgrazia ad un incidente domestico. La madre comunque si era detta pronta ad assumersene la responsabilità scagionando il nonno, ovvero suo padre. Raccomandò alle maestre di non parlare mai a Lorenzo di ciò che era successo. Dovevano dirgli che il fratellino  era andato a stare dalla zia in un altra città.
L’anno successivo nacque una sorellina e Lorenzo ne fu molto contento, ma ebbe sempre quei momenti di estraneità, come se improvvisamente si allontanasse da tutti e  vivesse in un altro mondo. In quei momenti sarebbe stato interessante entrare nella sua testa e saper cosa stesse pensando, se ricordasse l’esplosione della pistola, se si fosse accorto di aver colpito il fratello, se l’avesse visto insanguinato e avesse compreso ciò che aveva fatto involontariamente. Quel che è certo è che aveva continuato a condurre una vita del tutto normale e coloro che gli stavano accanto non accennarono mai per nessuna ragione al fratellino che non c’era più. Era fratellinicome volatizzato, come se non fosse mai esistito.
Quando ebbe nove anni, Lorenzo chiese un giorno al padre perché il fratello non fosse più tornato a casa.
“E’ arrabbiato con me vero? Non  tornerà mai più da noi.”
“Ma che dici, Lorenzo!” fece il padre.
“Lo so, lo so, se n’è andato da Gesù perché io gli ho sparato. Non ci vuole credere che non l’ho fatto apposta. Gesù lo sa che io non volevo sparare e gliel’ha detto ma lui è arrabbiato con me e non ci crede. Speriamo  che un giorno ci crederà, così quando anche io andrò da Gesù ci abbracceremo.”
Il padre non rispose nulla e se ne andò in un altra stanza a piangere.