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L’avventura di Giancarlo
Giancarlo ha quasi cinquant’anni, ma sembra ancora un ragazzo. Con un viso bellissimo sempre ridente e scanzonato, circondato da corti capelli brizzolati. Magro e alto, ha un fisico asciutto e palestrato; ispira simpatia a tutti, ai bambini, ai ragazzi e agli anziani, perché sa essere sempre disponibile e pronto a scherzare e ad aiutare chiunque. Non si è mai sposato perché non ha avuto fiducia in nessuna delle tante fidanzate che ha avuto.
Svolge l’attività di architetto libero professionista ma libero lo è poco perché lavora molto e guadagna altrettanto.
E’ sempre stato molto pignolo, attento ai particolari e dotato di un gusto sobrio e raffinato. Quindi come architetto progettista è apprezzato, poi come arredatore d’interni è ricercato da molti clienti.
Suo padre era stato una persona semplice ed era riuscito a farsi da sé con molti sforzi e sacrifici. La madre era una santa donna e si era dedicata alle opere di carità, aveva risparmiato nonostante il modesto tenore di vita e aveva sempre portato i propri risparmi ai centri di assistenza per i poveri.
“Il cuore umano è un profondo mistero,” aveva spesso riflettuto pensando alla madre, “ i santi sono in mezzo a noi e non ce ne accorgiamo. La generosità delle persone talora è incredibile e crediamo di non riuscire a fare altrettanto.”
Egli sapeva di potere dare di più agli altri, ma non lo faceva per pigrizia e credendo che determinate persone, come la madre, siano rare ed eccezionali. Sapeva però, di poter essere uguale a lei, solo che non s’impegnava mai abbastanza.
Giancarlo era un cittadino integerrimo e rispettava alla lettera le regole della civile convivenza. Quando si accorgeva che qualcuno sbagliava, non sapeva restare zitto.
Da tempo aveva preso l’abitudine di fare coazione al bar vicino casa, che era gestito da un suo fraterno amico.
Una mattina vide, per caso con la coda dell’occhio, un tizio che rubava da un tavolino la pinzetta che fermava la tovaglia.
Non riuscì a frenarsi e disse guardandolo con sussiego: “ Ma se la chiede quella pinzetta, non crede che gliela regalino?”
Il tizio incriminato lo guardò, mise in tasca quanto sottratto e se ne andò. Poi fatti pochi passi, ci ripensò e tornò indietro. Lo guardò con aria di sfida e disse: “ La prossima volta si faccia i fatti suoi!”
Giancarlo di rimando: “Proprio perché mi faccio i fatti miei, le ripeto di posare la pinzetta che ha rubato, perché se la chiede educatamente, il padrone del bar gliene regala dieci.”
Il ladruncolo fece ancora qualche passo e per la seconda volta tornò indietro. Si mise davanti a Giancarlo e posandogli un dito sul naso, esclamo: “ Le ho detto di farsi i fatti suoi, altrimenti le va a finire male!”
A questo punto Giancarlo gli diede uno spintone come per levarselo di torno. Al che il ladruncolo gli sferrò un cazzotto sul viso e scappò. Uno zigomo di Giancarlo cominciò a sanguinare e il padrone del bar arrivò richiamato dal trambusto. Provò a inseguire il manigoldo, ma questi si era già volatizzato; medicò l’amico con ghiaccio e pomata cicatrizzante, dopo di che Giancarlo se ne tornò a casa con il viso gonfio. Era nervoso e arrabbiato e se avesse avuto quel tizio tra le mani, di certo lo avrebbe massacrato di pugni.
“Ma guarda un po’ che gentaglia esiste!” pensava tra di sé, poi cercava di rimuovere il ricordo perché gli produceva un travaso di bile.
Circa un mese dopo, era appena uscito da casa, quando fu salutato educatamente: – Buon giorno. Ho chiesto in giro dove abitasse e ho aspettato che uscisse per chiederle scusa.
Giancarlo guardò bene in viso l’interlocutore e riconobbe chi lo aveva malmenato. Restò basito e non seppe cosa dire. L’altro continuò: - Mi sono comportato come un energumeno e un deficiente. Non sa quanto mi dispiace e come ne sia pentito.
Giancarlo, sempre più meravigliato, non trovò di meglio che dire:
- Ho avuto la guancia gonfia per dieci giorni. Scusi ma cosa le è saltato in mente?
- Lo so, le sarò sembrato fuori di testa, ma alle volte sono le donne che ci fanno comportare da pazzi incoscienti.
- Le donne? E che c’entrano le donne scusi?
- Sto parlando di mia moglie.
- Sua moglie? Credo di capire sempre meno.
- Deve sapere che è stata mia moglie che mi ha fatto impazzire ripetendomi che voleva quella pinzetta e che la dovevo prendere.
- Davvero? Incredibile! E lei perché l’ha accontentata? Io l’avrei lasciata sbattere.
- Facile a dirsi! Quando si diventa schiavi di una donna, siamo dei poveri derelitti.
- Sì ma il furto non è mai giustificabile! Così come le ha chiesto di rubare una pinzetta, le poteva chiedere di rubare un milione. Ha sbagliato lei ad ascoltarla.
- Ha ragione e ancora me ne pento, perché il pugno che le ho dato, forse avrei dovuto darlo a quella scema di mia moglie. Adesso mi stringa la mano e mi dica che sono scusato, la prego. Mi chiamo Giulio Accorsi e abito nel palazzo accanto.
Giancarlo tese prontamente la mano dicendo che aveva dimenticato tutto e Giulio la strinse con calore. Si salutarono pensando di rincontrarsi, essendo vicini di casa.
Una donna aveva indotto il povero Giulio a rubare un oggetto assolutamente insulso. Potenza dell’amore! O potenza della dabbenaggine umana! Giancarlo sapeva che mai nessuno avrebbe potuto spingerlo a compiere un gesto così riprovevole.
Ad ogni modo, l’avventura servì a rinforzare in lui il convincimento che sia una vera fortuna restare scapoli.
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