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L’attentato

    Molti anni fa, la professoressa Gabriella teneva lezioni contro l’onorata società in un paese ad alta densità mafiosa. Aveva profuso il suo impegno per far cambiare nei ragazzi la mentalità, basata ancora sulle leggi dell’omertà e del silenzio.
“Ragazzi, dovete denunciare, dovete parlare, dovete dire quello che sapete, altrimenti i mafiosi faranno sempre i comodi loro, sicuri del vostro silenzio.”
  “Professoressa, ma se parliamo, ci chiamano infami e ci ammazzano” dicevano i suoi alunni.
“Bisogna avere coraggio, bisogna parlare, altrimenti non cambierà mai niente.”
Faceva leggere e studiare testi sulla storia della mafia, sulle sue macabre usanze e i suoi crimini efferati. In paese, si accorgeva che la gente faceva finta di niente, ma aveva terrore di chiunque fosse in odore di mafia.
Alcuni insegnanti locali erano maggiormente rispettati e tenuti in considerazione perché erano parenti dei parenti dei mafiosi.
La costruzione di molti fabbricati, all’esterno, non era mai stata ultimata, perché i costruttori mafiosi si facevano pagare, consegnavano gli appartamenti e poi risparmiavano non terminando i lavori d’intonacatura e pittura delle facciate.
Quindi, nel suo insieme, il paese appariva come un villaggio fantasma, un posto in perenne costruzione. 
Un giorno, le sabotarono la vettura e mentre stava tornando a casa, rischiò di morire.
A un tornante della strada, Gabriella sentì gli pneumatici slittare, capì che le ruote erano state manomesse e cercò di rallentare.
Di fronte, dalla parte opposta, giungeva un camion enorme invadendo quasi tutta la carreggiata. Cercò di frenare, ma fu peggio, perché in quel punto la strada era viscida e in discesa, quindi perse il controllo del mezzo. Le ruote procedevano libere e il manubrio pareva impazzito. L’ultima cosa che vide fu l’esplosione del parabrezza, dovuta all’impatto violentissimo con il camion.
“Ragazzi, non dobbiamo lasciare che i mafiosi ci prevarichino. Loro sono ladri e assassini. Dobbiamo reagire. Voi dovete credere nei valori dell’onestà, della giustizia e della legalità. Non dovete lasciarvi rubare la vostra libertà.”       Così aveva detto durante l’ultima lezione e i ragazzi avevano esclamato: ”Stia attenta professoressa, qualche volta la faranno pagare anche a lei.”
E così era stato.
Adesso un buio nero e profondo la circondava. Era tutta insanguinata e incastrata tra le lamiere. Le pareva di essere trasportata all’esterno dell’auto e, da lì, vedeva i suoi soccorritori. Le dava fastidio sentirli parlare e affannarsi. Avrebbe voluto che se ne andassero e la lasciassero in pace, nel silenzio per sempre.
Poi, un signore aveva cercato di estrarla dalla vettura fracassata. C’era riuscito aprendo lo sportello posteriore e l’aveva estratta dalle lamiere dopo aver abbassato il sedile di guida. Le aveva salvato la vita. Se l’avesse lasciata là, sarebbe morta per dissanguamento.
Invece l’avevano trasportata all’ospedale civico in stato comatoso e i medici avevano detto che la prognosi era riservata. Aveva un trauma cranico, il viso lacerato dal vetro esploso, quattro costole fratturate, la mano sinistra lacerata e le rotule delle ginocchia con fratture multiple.
“Anche se me la faranno pagare, io non ho paura ragazzi. E’ proprio la paura la causa di tutti i mali della Sicilia.”
In seguito, tra atroci sofferenze, ripensava a queste parole e sapeva che avrebbe preferito non averle mai pronunziate e non sopportare operazioni di chirurgia plastica, ricostruzione delle ginocchia e della mano, lunghi giorni di degenza e lunghi periodi di riabilitazione motoria.
Gabriella aveva trentaquattro anni.
Distesa sulla barella dell’ospedale, sentì vagamente qualcuno che la scuoteva avvertendola: “I suoi genitori! I suoi genitori!”
Si sforzò, si fece forza e salutò: “Ciao mamma, ciao papà.”
Quando fu sciolta la prognosi e riacquistò conoscenza, le fece visita l’autista del camion. Cominciò a piangere, a disperarsi e a pregarla di non sporgere denunzia. La supplicò, piangeva e chiedeva perdono.
Lo perdonò. Non sporse denunzia, d’altro canto non avrebbe avuto diritto al risarcimento assicurativo poiché era un caso di corresponsabilità colposa.
Si trattava, poi, di perdonare i mafiosi del paese. Questo fu molto più difficile.
Dopo parecchi mesi, riprese servizio nella stessa scuola. Un bidello incontrandola, esclamò: “Ma lei è di nuovo qua professoressa! Allora vuol dire che è dura a morire!”
E’ la mafia che sarà dura a morire! Rifletteva Gabriella. Pensava che quell’uomo avesse una mentalità mafiosa difficilmente estirpabile. Ma bisognava continuare a lottare, insegnare la legalità e lavorare, dare l’esempio e andare avanti.  Naturalmente non poté mai dimostrare di essere stata vittima di un attentato, poiché della vettura non era rimasto nulla. Solo un ammasso di rottami.
Aveva continuato a insegnare e a svolgere le sue lezioni antimafia. Poi era stata trasferita in città, in un’altra scuola.
Dopo molti anni, tornò in gita in quel paese e lo trovò trasformato. Le dissero che molti mafiosi erano stati arrestati e che adesso si viveva meglio, senza soprusi e senza paura.
Vide tutti i fabbricati con le facciate ultimate e splendenti al sole. Piante di ciclamino e di margherite ornavano e rallegravano i balconi. Le massaie cantavano stendendo il bucato. I volti degli abitanti le sembrarono più sereni e contenti. Incontrò un suo vecchio alunno, adesso padre di famiglia, che la ringraziò di ciò che gli aveva insegnato sull’onestà e sulla legalità. Si disse felice che le cose fossero cambiate nel paese e che il figlio potesse crescere senza timori e soprusi.
Gabriella ricordò che il “pensare mafioso” è un modo di essere, di sentire e di agire diffuso in Sicilia, che trae origine dalla sua storia. Tale pensiero affonda le sue radici in una cultura che ha sempre avuto la straordinaria capacità di mimetizzarsi all’interno di una realtà civile, determinando una barriera di silenzio ufficiale. 
Pensò che ancora la strada fosse lunga perché le cose mutassero veramente in Silia, ma si sentì orgogliosa di avere contribuito a far cambiare un poco lo stato di cose in quel paese.
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